Guardavo spesso le mani di mia Nonna… anche il viso… e quando lei si accorgeva di essere osservata sfoderava sempre un sorriso che ti metteva di buon umore. Era rugosa…

La ruvidità delle mani di mia nonna mi riporta immediatamente all’immagine della sua pasta fatta in casa, nei suoi gesti c’era la narrazione di una tradizione che si è tramandata di generazione in generazione fino ad arrivare ai giorni nostri.
È una tradizione quella della pasta fatta in casa ed in particolare quella delle orecchiette pugliesi, che come tutto ciò che entra a far parte della cultura culinaria di un popolo, viene tramandato di padre in figlio, o per meglio dire di madre in figlia.

Questo processo continua ad avere un grande impeto fin quando la stessa tradizione sociale e antropologica di un popolo porta avanti una struttura caratterizzata dalla netta distinzione tra il ruolo dell’uomo, portatore di reddito all’interno del nucleo familiare, e della donna, prevalentemente limitata ai lavori domestici.

Il progresso e l’emancipazione da certi assunti di vita che oggi si possono serenamente dire superati, portano però con se il lento perdersi di alcune tradizioni che oggi, direi, quasi tentano di sopravvivere alle ultime generazioni. Oggi la pasta che presentiamo sulle nostre tavole viene prodotta in grandi quantità da pastifici industriali che sfornano tonnellate di orecchiette, ma questa pasta della tradizione pugliese nasce per essere lavorata con le mani.

Il tratto tipico di questa è appunto la rugosità, la stessa che attraversa il volto e le mani di mia nonna e che ho scelto di immortalare attraverso una serie di scatti nati per caso nel corso di una mattinata estiva, con il mare dello ionio oltre la finestra e la prospettiva di un pranzo in famiglia.

La fatica nella manipolazione dell’impasto, il procedimento monotono con il quale, pezzo pezzo, viene plasmata questa distesa di piccole orecchie, è il suo tentativo di far sopravvivere al tempo e al modificarsi dei costumi questa tradizione.

A mia nonna.